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Dr. Christian & Mr. Eriksen: una storia cambiata in 8 mesi

È l’elefante nella stanza, l’argomento di cui non si parla – in maniera corretta –, ma che non si può far finta di non vedere. Persi fra la ritrovata solidità difensiva, fra chi vuole per forza vedere un paragone fra Eto’o e Perisic (noi no, spoiler), fra chi si lustra gli occhi per Barella e Hakimi e fra chi si gode un Lukaku decisivo in uno scontro diretto – poco prima di trasmissioni che hanno messo in dubbio ciò, onde evitare possibili sviste – non si può non discutere di quanto è avvenuto e sta continuando ad accadere con Christian Eriksen.

Certamente si è letto a più riprese che il danese si è preso l’Inter, che Conte ha avuto un anno dopo il suo acquisto più bramato, che il calcio italiano è diventato tutto d’un tratto più comprensibile e più simile alle caratteristiche di Eriksen (ammesso che questo possa significare qualcosa), ma non si è mai voluti passare dal via; si è guardato solo il risultato adducendo ricostruzioni più o meno sentimentali, più o meno filosofiche all’avvenuto non guardando quanto tempo – e non solo nel senso letterale – sia passato dal primo esordio di Eriksen in maglia nerazzurra, quello con la Sampdoria del 21 giugno 2020.

Sì, usiamo quello con la Sampdoria perché quanto avvenuto nell’immediatezza del suo arrivo in Italia ha quantomeno annacquato la possibilità di sostenere un paragone fra le varie prestazioni.

Partiamo dal primo giorno dell’estate del 2020 dunque, quando il numero 24 faceva il suo esordio da titolare in quel di San Siro e con lui si vedeva per la prima volta in maniera così accentuata il 3412 come schema dell’Inter di Conte.

La prima cosa che balza all’occhio è la perfezione geometrica con cui gli uomini di Conte mantengono le proprie posizioni in fase di possesso palla con il danese ex Tottenham perfettamente in asse con de Vrij e Handanovic, posizionati esattamente lungo l’asse mediano del campo: il centro perfetto di una fase offensiva con sei uomini a muoverglisi intorno con una simmetria quasi perfetta sia lungo l’asse verticale che orizzontale del campo. Dei suoi sessantasei tocchi nell’arco della gara vinta con un 2-1 perlomeno bugiardo visto la facilità con cui l’Inter arrivò svariate volte davanti ad Audero (questa cosa l’abbiamo vista un altro migliaio di volte all’incirca da allora) la gran parte è arrivata proprio fra i 40 e i 20 metri dalla porta, in posizione centrale, quasi a voler essere il filtro offensivo per la manovra dell’Inter, come a ergersi a facilitatore e catalizzatore di passaggi chiave verso Lukaku e Lautaro.

Ma così non fu, come ci ricordano i soli due passaggi chiave (di cui un assist) a fronte di 56 passaggi complessivi e i ben 24 passaggi all’indietro collezionati nell’arco dei 78 minuti precedenti alla sostituzione in favore di Borja Valero.
O meglio, fece bene come tutta la squadra, ma l’impressione che l’avversario permettesse questo tipo di gioco visto il 442 statico della Sampdoria ben si amalgamava con l’idea di un trequartista fisso a ballare alle spalle della mediana blucerchiata era più forte della prestazione in sé. I dati erano ambivalenti anche dal punto di vista della pericolosità in fase di costruzione di gioco: i possessi che passavano dai piedi di Eriksen hanno fruttato un totale di 1.17 xG in quella gara (il terzo dato più alto dopo i marcatori Lautaro e Lukaku), ma eliminando gol e assist da questa considerazione per analizzare l’apporto in costruzione il dato precipitava a un misero 0.42 xG, ottavo dei 10 giocatori di movimento dell’Inter.
C’era proprio più che l’impressione che il suo solo ruolo e il suo compito in campo fosse solo quello di smistare palloni che sarebbero poi diventati assist o meglio ancora gol, proprio come a fare il filtro di quali palloni potessero essere buoni e quali no. Un’idea interessante, ma che alla lunga rischiava di essere controproducente dato che si faceva molto affidamento sulla velocità di esecuzione del giocatore e della capacità dei compagni di leggere il suo pensiero.

Sulla carta una buonissima idea, sul campo meno. Ed è così che si arriva alla sera di San Valentino 2021 – con tutto quello che già sapete -.

In rosso le posizioni della gara contro la Lazio, il solo numero rappresenta la gara con la Sampdoria

E la differenza è sostanziale in qualsiasi ambito e aspetto.

In primis, Eriksen non fa il doppio playmaker perché se così fosse stato non avrebbe toccato solo 46 palloni di cui 12 nel terzo difensivo a fronte dei sessantacinque arpionati da Brozovic di cui trenta circa nel proprio terzo difensivo, ma fa la mezzala speculare a Barella dal lato sinistro del campo e i numeri sono paragonabili in tutto e per tutto a quelli dell’ex Cagliari con l’eccezione che Eriksen contro la Lazio – e siamo certi accadrà quasi sempre – ha avuto due potenziali assist da servire prima a Brozovic al quarto minuto e poi a Lautaro al quindicesimo.

Si vede perfettamente dalla sovrapposizione delle due mappe delle posizioni medie come non solo l’Inter abbia cambiato modulo, ma come il danese sia perfettamente disposto al lato di Brozovic spostato più avanti lungo la circonferenza del centro campo: rispetto a Barella gioca più spostato verso il centro del campo, ma per due motivi il primo è che l’Inter naturalmente tende a shiftare verso la destra da cui attacca maggiormente; il secondo è che per indole Eriksen tende a giocare più verso il centro del campo che verso l’esterno.

E qui ci viene in aiuto una sovrapposizione dei tocchi del danese nelle due partite prese in esame. Una cosa balza all’occhio subito: ha toccato più palloni in assoluto contro la Sampdoria nell’esordio (come noto), ma si vede esattamente come contro la Lazio i tocchi pur essendo meno sono stati qualitativamente migliori a livello di coralità della manovra. Ha corso verosimilmente di meno per trovare uno spazio in cui giocare, ma ha corso meglio dato ha concentrato la maggior parte dei suoi palloni nella stessa zona di campo. Sicuramente la sua differente visione delle giocate lo porterà talvolta ad avvicinarsi a Barella e Hakimi facilitando la chiusura delle difese, ma ‘imbrigliare’ Eriksen dandogli una zona di campo in cui agire senza obbligarlo a prendere palloni in giro per il campo per trasformarli in oro è forse la soluzione migliore.

Non è sicuramente solo merito di Conte, non è solamente capacità di Eriksen: quello che è l’evoluzione del danese in campo è figlio di una serie di variabili imponderabili e impolverate fino a qualche mese fa che giocoforza hanno costretto entrambe le parti a fare di necessità virtù. Conte ha ammesso implicitamente – e nemmeno troppo – di aver avuto problemi nell’identificare l’estro di Eriksen all’interno di un contesto sì tanto codificato come quello dell’Inter e parimenti l’ex Tottenham ha compreso che per Conte davvero non esistono figli e figliastri come invece teorizzano soltanto gli altri allenatori e quindi stare sulle proprie posizioni sarebbe stato solo che controproducente.

Quello che abbiamo provato a spiegare in queste righe non è la verità assoluta, ovviamente. Non si tratta dell’unica lettura plausibile e possibile per capire la differenza nel rendimento del danese e del suo inserimento nelle metodologie Contiane. Si tratta di un’analisi che vuole escludere i concetti filosofici di posizioni dal sentore di tifoseria che usano la realtà per tirare acqua al proprio mulino o far deragliare il treno del pensiero altrui. Speriamo che queste righe non siano interpretate quindi sulla base delle concezioni aprioristiche di ognuno.

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