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L’ANALISI – La tattica non può nulla contro la testa: l’Inter vittima sempre di se stessa

Le montagne russe che sono la stagione dell’Inter toccano un altro tratto di discesa ripidissimo dopo il 6-0 contro il Brescia – nella speranza che sia il punto più basso – e il tutto in poco più di mezz’ora. Questa è la sintesi di Inter-Bologna, anche se in realtà analizzare tatticamente questa partita è verosimilmente ancora più complicato che accettarne il risultato perché per 60 minuti probabilmente si è vista una delle migliori Inter della stagione.

Non è un eufemismo. Contro il Bologna specialmente nel primo tempo i nerazzurri hanno praticamente eseguito tutto alla perfezione, salvo la finalizzazione – di cui arriveremo a discutere dopo -. Il modo in cui l’Inter ha portato pressing, aiutata da un Brozovic positivo al rientro, e in cui ha attaccato il pressing avversario in maniera quasi scherzante è probabilmente uno dei migliori visti sin qui da parte degli uomini di Conte, ma poi tutto questo svanisce nel nulla di un caldo pomeriggio di luglio. Esattamente come qualsivoglia e residuale speranza di recuperare posizioni in questa fase 3 del campionato.

BROZO’S BACK – Il ritorno del croato è stato sicuramente una boccata d’ossigeno per le rotazioni in mediana, specialmente alla luce dello stop di Barella proprio pochi minuti prima della gara. La tanto attesa visione del 77 assieme a Eriksen non ha disatteso: il risultato sicuramente incide sulla valutazione di moltissimi e specialmente di Eriksen, ma nel primo tempo i due hanno dimostrato di avere già assimilato degli automatismi interessanti. Brozovic in fase di pressing sopperisce alle corse del danese, l’ex Tottenham in fase di impostazione consente a Brozovic di non gestire ogni singolo pallone per spingersi anche senza palla sulla zona sinistra del campo. Nei primi 45 minuti di gara, in effetti, i due hanno toccato palloni in ogni zona del campo risultando sempre aperti e disponibili per i compagni facendo movimenti sempre intelligenti. La bellezza e la perfezione sarebbe vederli con un compagno di reparto all’altezza – parleremo anche di questo -, ma per il momento bisogna accontentarsi di qualche sprazzo, seppur piccolo e minimo in confronto al risultato finale.

IL CUORE DELL’ANALISI – Solo le entità superiori sanno quanto avremmo fare una monografia sull’uscita del pallone – e di una in particolare -. E invece ci ritroviamo a doverne parlare per alleggerire in maniera millesimale quanto è accaduto. È il minuto 31, secondi 31 quando Handanovic fa ripartire l’uscita palla perfetta: con 5 passaggi l’Inter ha coperto 90 metri di campo trovandosi davanti un’occasione che finisce alle spalle del portiere 1 volta ogni 4. Lo sloveno trova Brozovic davanti alla sua area che serve de Vrij che prende campo attirando a sé Dominguez per poi scaricare sul numero 5 che di prima trova Lukaku nel cerchio di centrocampo; tempo di girarsi e con il secondo tocco verticalizza su Lautaro che solo grazie al piedone di Danilo si fa strozzare in gola l’esultanza tanto agognata. Troppo agognata. Sei giocatori tagliati fuori dal solo movimento del pallone, pallone che non è mai uscito dalla corsia centrale del campo. L’azione perfetta, la conduzione perfetta, le letture perfette. E questo è sicuramente un qualcosa che non può non essere sottolineato e attribuito al lavoro di Conte, nonostante il risultato finale. Quello bramato per mesi si è visto con continuità per quasi 60 minuti con il Bologna che si è fatto vedere solamente al 33° minuto – e fino al pareggio quello rimarrà l’unico vero squillo degli uomini di Mihajlovic, con tutto il rispetto per il palo di Barrow -.

IL CUORE DEL PROBLEMA – L’Inter ha problemi di concentrazione e questi li diamo per assodati, ma questi si possono sopperire con l’esecuzione e con la realizzazione. L’esecuzione, come visto, c’è stata, la realizzazione è mancata. Dannatamente. I nerazzurri chiudono il match contro il Bologna con 1.52 xG nel solo secondo tempo, 2.72 xG in tutta la partita. E ha realizzato 1 solo gol. A penalizzare tremendamente questo dato è la prestazione di Lautaro Martinez che con il rigore sbagliato e altre occasioni mancate chiude da solo con più xG di tutto il Bologna. Ma il Toro ha un problema a livello di fiducia che però non deve essere aggravato o fatto pesare troppo: la manovra e i movimenti fatti dall’argentino sono necessari per questa squadra e sono ben più importanti dei gol che arriveranno. Questo deve entrare nella testa dell’argentino, questo deve far capire Conte: il gioco che fa Lautaro è ben più importante dei gol. E qui deve essere bravo il tecnico ad alternare anche Sanchez che è in un momento di forma troppo buono per essere tenuto da parte. Ma finché fosse questo il problema caratteriale dell’Inter, ovvero cercare sempre il massimo e addossarsi troppe responsabilità, sarebbe quasi meglio. Il vero problema è che quando la concentrazione viene meno gli errori gravi vengono commessi sempre dai soliti. E anche questa volta non possiamo non riferirci a Gagliardini. La sua prestazione fino al minuto 62 non è stata nemmeno malaccio, certo, nulla di trascendentale, ma nulla di tremendo. Poi, invece di reagire all’errore – gravissimo – sulla ribattuta, si è fatto portare via dalla situazione arrivando a commettere l’errore che definire da matita blu è eufemistico che regala la palla del pareggio a Juwara. Ancora una volta come a Dortmund l’Inter si addormenta su una rimessa laterale, ma qui non c’è Brandt che scappa sulla linea di fondo, qui ci sarebbe anche tempo per rimediare al tagliafuoco di Barrow su D’Ambrosio, ci sarebbe Gagliardini per spazzare e redimersi di un errore precedente che poteva costare caro. Ci sarebbe. Ma effettivamente è come se non ci sia stato. Terzo errore assurdo nel giro di tre gare interne senza pubblico a poter essere usato da attenuante. Poi da qui in poi il delirio fino al gol di Barrow ampiamente nell’area da dopo il gol del pareggio.

NON CAMBIANO I CAMBI – Alziamo le mani: non sappiamo perché Sanchez e Borja siano stati chiamati a gran voce durante il cooling break come per entrare, salvo attendere uno il 76° e l’altro l’89°. Sembrava la soluzione migliore far entrare durante il cooling break Sanchez al posto di uno spento Lukaku per non punire Lautaro e tenerlo comunque coinvolto con un partner fresco e Borja al posto di un Eriksen poco incisivo nella ripresa tornando a un centrocampo a tre più classico e canonico, o magari al posto di Gagliardini dato che il Bologna ha sofferto tantissimo il palleggio dell’Inter. Da qui in poi il Bologna ha preso consapevolezza di poter rientrare in partita, trovato il pareggio e il rosso a Bastoni che hanno sentenziato l’Inter.

Una cosa che possiamo imputare con certezza a Conte come il primo fallimento stagionale è il non aver mantenuto la promessa di tredici mesi fa: questa Inter è verosimilmente più pazza di quando l’ha presa il tecnico ex Chelsea. E questo non può essere un bene.

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